Ma s’io avessi previsto tutto questo

Quando ero più giovane, quando vivevo nella mia “Isola Nuova” e anche nel periodo immediatamente successivo, ero molto più impulsiva. Se mi fosse capitato allora quello che mi è capitato in questi ultimi tre giorni, probabilmente sarei stata molto meno paziente, molto meno tollerante e molto meno educata. Probabilmente avrei sbraitato, insultato e se ne avessi avuto la possibilità, pure menato. Certo, la voglia di dare un cazzotto in bocca a qualcuno ce l’ho avuta anche in questi tre giorni, eh. Ma con il tempo ho imparato a misurare le parole, a riflettere prima di agire, a prendermi il mio tempo. Non sempre ci riesco, esistono ancora situazioni che mi fanno sbroccare, ma credo di essermi impegnata abbastanza e di essere riuscita a migliorarmi un po’. Motivo per cui ho atteso tre giorni prima di tornare sull’argomento. Tre giorni in cui a causa di questo post, sono stata accusata di essere molte cose che non sono, e che spero di non diventare mai: una presuntuosa, un’arrogante, una che pensa solo ai soldi, una che accusa il proprio editore non si sa bene di cosa, una lagnosa che si lamenta senza fare niente per cambiare le cose, un’ingrata incapace di ringraziare per essere stata talmente fortunata da pubblicare con un editore importante e molte altre amenità sulla falsa riga di queste. Soprattutto, sono stata accusata di strumentalizzare il dolore per avere qualche like in più. Sono stata fatta passare per una persona meschina, gretta, senza scrupoli. Una poraccia, come diciamo noi romani con un neologismo che calza alla perfezione.

Che il mondo dei social fosse pieno di haters, di astio, di frustrazione, di livore, l’ho sempre saputo. Motivo per cui ho cercato di tenermene alla larga, finché ho potuto. Credo che la vita faccia già abbastanza schifo di suo, a volte, diciamo pure spesso, e andarsi a cercare il peggio anche in un mondo virtuale è una cosa da masoschisti che non mi appartiene. Ma quel post ha avuto una diffusione che mai mi sarei aspettata, nonostante quello che possano pensare i maestri di vita del web, e mi ci sono mio malgrado trovata in mezzo. Perché dico che non me lo sarei mai aspettata? Prima di darmi ancora della bugiarda furbacchiona specchio riflesso e bla bla bla, vi faccio vedere qualche numero, forse lo capirete da soli.

Questa si chiama: “a tutti quelli che mi hanno detto che per farsi conoscere basta postare una bella foto con una bella frase del proprio libro”

Pensate (se non vi chiedo troppo, che mi rendo conto che pensare è affare di pochi), sono talmente fuori da certe dinamiche che di tutto quel clamore non me n’ero nemmeno accorta; sono stati alcuni miei amici, tramite messaggio privato, ad avvisarmi che altrove, su Facebook, si stava parlando di me, e non sempre in termini lusinghieri. E prima che si faccia ancora dietrologia da tre soldi, il motivo per cui ora scrivo qui e non sulla pagina Facebook è perché qui posso gestire meglio le immagini e metterle nei paragrafi giusti. E poi se permettete saranno pure cazzi miei. Ops, pardon, ho detto miei. Che sboccata.

A tutte le persone che tra le mie righe hanno visto cose che non c’erano – e che per inciso non erano nemmeno nella mia testa, ma loro, i maestri di vita che hanno alzato gli scudi per proteggere il loro mondo di puri e di giusti da un pericolo come me, hanno la pretesa di sapere meglio di me cosa penso – ho provato a spiegare che quel post era semplicemente ciò che sembrava, ciò che per fortuna è stato recepito dalla maggioranza di chi l’ha letto, e che non c’era nulla da vederci dietro: uno sfogo. Lo sfogo di una persona delusa, amareggiata, ingenua, forse. Lo sfogo di chi ha fatto oltre un decennio di gavetta e credeva di essere arrivata non dico al traguardo finale, ma perlomeno a una tappa intermedia in grado di valorizzare tutti gli sforzi fatti. Lo sfogo di chi invece ha capito che doveva ricominciare tutto da capo, e che niente di ciò che aveva fatto era stato abbastanza. Questo, era. Magari avrei potuto spiegarlo meglio, ma in quel momento mi sono sentita di scriverlo così, e così l’ho scritto.

Mi hanno detto che la scusa non regge, testuali parole. Che ci si sfoga in privato e non su un social, e che per questo la mia era sicuramente, senza ombra di dubbio, una mossa pubblicitaria. Minchia, oh. Come ho fatto a non pensarci? Al giorno d’oggi nessuno di quelli che hanno qualcosa da comunicare si sognerebbe mai di farlo tramite social! Mica viviamo in un mondo dove perfino andare al cesso diventa qualcosa da sbandierare pubblicamente come se si fosse vinto il Nobel. E oltre che presuntuosa sono pure una cretina, perché sapendo che il post sarebbe stato condiviso in tutta Facebook, perché non potevo non saperlo, visto che era il mio obiettivo sin dall’inizio, avrei almeno potuto citare il titolo del romanzo, che magari qualcuno se lo comprava e io raggiungevo lo scopo. Sono come quello che si è tagliato l’uccello per fare dispetto alla moglie. O quello che va contromano in autostrada urlando a tutti che stanno andando nella direzione sbagliata. E comunque, essendo una mossa pubblicitaria, ci hanno tenuto a farmi sapere che ho sbagliato tutto perché ho ottenuto l’effetto opposto, quello di allontanare editori, agenti, lettori, le streghe dell’Est, D’Artagnan e pure i sette nani, che si sa, loro se possono una mano te la danno sempre, ma a me proprio no perché sono l’incarnazione del male, del peggio che si possa trovare sulla pubblica piazza. Vade retro, donna che scrive di merda ed è convinta di scrivere dei capolavori! (Sì, è stato detto anche questo). D’altronde, se mi lamento di non essere capace di promuovermi un motivo ci sarà.

Ho sbagliato a scrivere la mia delusione su Facebook? Ho sbagliato a prestare il fianco e a mostrarmi, per una volta, una sola volta, umana, e per questo dotata di sentimenti? Forse. Anzi, sicuramente, considerando che Facebook è il luogo dove si aggira gente subito pronta a sputare sentenze e a puntare il dito manco fosse la Santa Inquisizione.

Ora. Sarei un’ipocrita se dicessi che a spingermi a rispondere a queste persone sia stata la mia grande capacità di dialogo, la mia immensa umanità e la mia voglia di capire il prossimo a prescindere, con chiunque. E io nonostante tutto quello che mi è stato detto, ipocrita non lo sono di certo. Io certe persone non ho nessuna voglia di capirle, né di sapere perché pensino certe cose. Non avevo nessuna voglia di dovermi confrontare con chi nella vita reale non frequenterei nemmeno sotto tortura. Ma c’è un sentimento che per quanto io abbia provato a gestire, a volte prende ancora il sopravvento: la rabbia. A spingermi a rispondere a chi mi accusava di certe cose è stata solo la rabbia. La rabbia di veder completamente travisato il significato di un post che era chiarissimo. La rabbia di constatare che esistono persone talmente presuntuose, meschine e poracce, loro sì, da arrogarsi il diritto di sapere meglio di me chi sono e cosa penso. La rabbia di sentirmi dire che sono una bugiarda. La rabbia di chi ha dovuto sopportare che l’idiota, anzi gli idioti di turno, dicessero che ho usato la morte di mio fratello per farmi pubblicità. Ecco, a queste persone dico solo una cosa: non auguro a nessuno, nemmeno a voi che siete tanto meschini, di provare un dolore simile. Anche se forse farvelo provare sarebbe l’unico modo per farvi capire quanto crudeli, gratuite e schifose siano le cose che avete detto a me. E nonostante la rabbia, ho tentato di rispondere sempre con educazione, in maniera civile e rispettosa. Pensate che cretina.

marciume contagioso

Pensate (ops! I did it again…) che spiegare le mie motivazioni sia servito a qualcosa? No, ovviamente. Perché tanto le persone che vivono di preconcetti, la gente marcia che proietta se stessa negli altri e per questo vede il marcio ovunque, non cambia idea. Anzi, è ben contenta di ribadire le proprie posizioni incancrenite, di sventolarle a mo’ di gagliardetto come fosse qualcosa di cui vantarsi. Perché la verità in tutta questa storia è solo una, e non c’entra niente con ciò che ho scritto nel post, né con il come l’ho scritto. La verità è che la libertà di pensiero, la libertà di esprimere un sentimento senza secondi fini, positivo o negativo che sia, sono merci che si pagano a carissimo prezzo, nella vita come nei social, e può permettersele solo chi ha le spalle talmente larghe da sopportare tutta la merda che qualcuno gli scaricherà addosso. Perché nel momento in cui ci esponiamo e andiamo oltre il politically correct ci sarà sempre qualcuno che lo farà, indipendentemente da quello che diciamo, e da come lo diciamo. Ci sarà sempre qualcuno che tenterà di prevaricarci, di farci passare per quelli sbagliati, inadeguati, guasti, facendoci pure credere di farci un favore, della serie, te gonfio, ma lo faccio pe’ te così almeno la prossima volta non lo rifai. Ci sarà sempre qualcuno convinto di conoscerci meglio di quanto ci conosciamo noi stessi e si spenderà per farlo sapere agli altri. Ci sarà sempre qualcuno che ci ferirà in maniera gratuita solo per il gusto di farlo. Ci sarà sempre qualcuno pronto a insegnarci la vita, come se la vita non la conoscessimo già abbastanza. Come quelli che mi hanno detto – e sono state tra le cose più gradevoli – che non ho fatto nulla per promuovermi e sono capace solo di frignare che tutto il mondo è cattivo e ingiusto.

Ci ho pensato, eh, perché sono una persona che si mette sempre in discussione. Ci ho riflettuto a lungo, ma la conclusione a cui sono arrivata è che non avrei potuto fare molto di più di quello che ho fatto. Da maggio 2019, data di uscita del romanzo, ho creato questo sito, un profilo Instagram e una pagina Facebook, ho contattato siti, blog, portali, librerie. Ho organizzato eventi, mi sono spostata a mie spese, ho regolarmente aggiornato i miei profili social condividendo frasi, pagine, foto, recensioni. Ho fatto da relatrice ad altri autori, e loro lo hanno fatto per me. Certo, non mi sono fatta i selfie in pantaloncini e canottiera con le labbra a canotto e il libro sullo sfondo, perché ho pensato che il massimo che avrei potuto ricavarne sarebbe stato qualche commento su quanto fossi cougar e la richiesta di amicizia di qualche disperato. Ma tornando seri, ho notato che tutto quello che facevo serviva a molto poco. Allora ho provato con le inserzioni a pagamento su Facebook, ho provato ad aderire a diverse iniziative in cui ho letto pagine del libro, l’ho inviato a mie spese ai gestori delle pagine Social che avevano più follower, ho rilasciato interviste a web radio e a profili social che si occupavano di narrativa, ma non è servito a molto neanche questo. A niente, oserei dire. E siccome la vita a volte fa schifo, proprio pochi giorni prima di un bell’evento a Milano – l’unico che mi è stato organizzato oltre alla prima presentazione a ridosso dell’uscita – in cui avrei dovuto presentare il romanzo assieme a Valentina d’Urbano, mio fratello ha avuto un grave incidente con la macchina ed è stato ricoverato in rianimazione. Questo accadeva il 12 novembre, l’evento era previsto per il 16.
Qualcuno mi ha detto che in tutta questa storia del post, la cosa che gli faceva più schifo è che avessi preferito andare a presentare il romanzo piuttosto che rimanere accanto a mio fratello. Devi sapere, cara signora che giudichi la vita degli altri senza conoscerla, che il 12 novembre mi sono fatta sette ore di attesa al pronto soccorso solo per sentirmi dire che lo avrebbero portato in terapia intensiva e non lo avrei potuto vedere fino al giorno dopo. E il giorno dopo, e per tutti gli altri giorni fino al 15, ogni giorno, due volte al giorno, gli sono stata accanto per tenergli la mano. Era in coma farmacologico, non poteva né vedermi né sentirmi, ma io ci andavo lo stesso e gli tenevo la mano. Con la pioggia, i temporali, gli allagamenti, i mezzi pubblici che non passavano, ci andavo lo stesso e gli tenevo la mano. Lo pulivo, lo accarezzavo, lo consolavo. Piangevo, anche, ma solo quando uscivo dalla terapia intensiva perché non ero così sicura che non potesse sentirmi, e non volevo fargli capire che stavo male per lui. Vedi, cara signora che non mi conosci, il mio fratellone aveva un caratteraccio, e se avesse visto che la sua sorellina piangeva, si sarebbe staccato i tubi, si sarebbe alzato e avrebbe spaccato tutto il reparto.
I medici dicevano ogni giorno che la situazione era grave, ma stabile. Che gradualmente avrebbero provato ad abbassare la sedazione e a risvegliarlo.
Vedi, cara signora, io non volevo partire. Volevo restare lì, a tenergli la mano.
Le mie sorelle mi hanno detto: “vai, tanto in questi due giorni non cambierà niente, ci siamo noi con lui, e ti avvisiamo se succede qualcosa.” Ma io non volevo partire lo stesso.
“Se si sveglia voglio esserci”, dicevo. “Voglio che mi veda per prima, non che veda degli sconosciuti”.
“Ci siamo noi, non ti preoccupare”, mi ripetevano.
I biglietti erano già stati fatti, l’albergo già prenotato, l’evento sarebbe stato il giorno dopo. Io non avevo detto niente a nessuno. Nemmeno la mia migliore amica sapeva quello che stava succedendo.
“Vai, non ti preoccupare, ci sarà un sacco di gente lì per te, almeno ti distrai pure un po’, te lo meriti.”
E alla fine sono andata, dilaniata dal dubbio, con l’ansia che mi spezzava il fiato, un peso sul petto che a malapena mi permetteva di muovermi e le gambe molli. Sono andata e ho cercato di fare finta di niente, di cucirmi un bel sorriso posticcio sulla faccia per rispetto della gente che sarebbe intervenuta, per rispetto dell’organizzatrice, di Valentina, del mio editore. L’ultima persona che ho pensato di rispettare sono stata proprio io, perché se mi fossi rispettata abbastanza, non sarei partita. E questo, solo questo, è il motivo per cui l’ho scritto nel post. Per far capire che anche quando tutto avrei voluto fare, tranne cucirmi quel sorriso finto in faccia e parlare del romanzo, l’ho fatto. Per rispetto. Per serietà.
Poi sa cos’è successo, cara signora che starnazza il suo perbenismo? Che quel 16 novembre, mentre ero in albergo in attesa del taxi che mi avrebbe portata all’evento, mentre pensavo che mio fratello fosse ancora stabile e addormentato, mia sorella mi ha telefonato e mi ha detto che non lo avrebbero svegliato, perché gli era salita la febbre. Quel giorno, proprio quel giorno, dopo quattro giorni di parametri stabili e di speranze di risveglio, la situazione era peggiorata. Cara signora, lei crede che io me lo sia dimenticato? Io ricordo ogni momento, ogni istante di quel giorno in cui ho presentato il romanzo, ho ripreso il treno e sono tornata a Roma.
Mio fratello è morto otto giorni dopo, il 24 novembre.
Sarebbe cambiato qualcosa se non fossi partita? Non lo so, signora, me lo dica lei, sono sicura che lei lo sa, visto che sa tutto. Io credo che non sarebbe cambiato niente. Anzi, ne sono sicura. Ma me lo chiedo ancora tutti i giorni, e lei che viene a giudicarmi senza sapere un cazzo, mi scusi se glielo faccio notare, ma dovrebbe vergognarsi.
Da allora, non ho più avuto voglia di inventarmi nuove strategie di comunicazione per promuovere il romanzo. E’ lecito? E’ comprensibile? E’ sbagliato? Non lo so, ma in ogni caso non ce la facevo, non potevo fare altro. E ho ingenuamente sperato che avere in copertina il nome di un editore importante potesse garantirmi un minimo di riposo, potesse permettermi di lasciar andare le cose per un po’, intanto che metabolizzavo, o perlomeno, ci provavo. Per la cronaca non ci sono ancora riuscita, ma ho provato a riprendere in mano la mia vita. Ho sbagliato? Forse. Ma credo di aver comunque sbagliato meno di tutti quelli che si sono arrogati il diritto di giudicare la mia storia senza conoscerla.

Io le spalle larghe ce le ho. Ma non ne faccio un vanto, perché avere le spalle larghe spesso, quasi sempre, significa aver sofferto. E la sofferenza per me non è cosa di cui vantarsi. Dovrebbero esserlo la gioia, la serenità, i sorrisi. Quelli sì che fanno invidia. E io davvero avrei preferito vivere nel piccolo mondo incantato che mi hanno dipinto attorno dopo aver letto il mio post, quello che hanno messo su basandosi su poche righe scritte in un momento di sconforto, un mondo fatto di unicorni rosa e principesse da salvare, ma purtroppo non è così. Io sono molto diversa, e continuerò a esserlo, perché come diceva Rhett Butler, anche se la cultura smisurata di molti fino a oggi gli ha fatto credere che lo dicesse solo Celentano, francamente me ne infischio. Anche di quelli che staranno pensando che questa sia l’ennesima storiella strappalacrime che uso per impietosire il poco pubblico che ho. Sapete che c’è? Ve lo faccio dire dal Guccio:

Ma s’io avessi previsto tutto questo
Dati causa e pretesto, forse farei lo stesso
Mi piace far canzoni e bere vino
Mi piace far casino, poi sono nato fesso
E quindi tiro avanti e non mi svesto
Dei panni che son solito portare
Ho tante cose ancora da raccontare
Per chi vuole ascoltare, e a culo tutto il resto.

PS Ci sono state anche tante, tantissime persone che mi hanno dimostrato affetto e solidarietà. A loro va il mio ringraziamento, non tanto per i consigli o le pacche sulle spalle, quanto per non aver visto il marcio dove il marcio non c’era. Per aver letto esattamente ciò che avevo scritto senza cercare interpretazioni sottintese. Mi dispiace avervi dedicato solo queste poche, ultime righe, ma ci tenevo a chiarire. E poi, in fondo, mi piace chiudere in bellezza. Perciò vi mando un bacio, anche se non ho le labbra a canotto.

Ad maiora.

5 pensieri su “Ma s’io avessi previsto tutto questo

  1. Stai serena e tranquilla: non hai bisogno che io te lo dica: sei sincera e vera. Verranno giorni belli che questi bui saranno sbiaditi. Verranno a cercarti i pensieri di tuo fratello che ti dirà “non piangere e basta!”. Verranno perché così accadrà.

  2. Fottitenne! Avrebbe detto Maurizio…..Lo so non è facile per una ingenuona come te ( e come me…) perché tanto ci sarà sempre lo sapete un musico un teorete un bertoncelli o in prete a sparare cassate….

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